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tradimenti

Lo stagista


di Sleepy699
09.04.2026    |    3.366    |    2 9.7
"» Insistetti, accarezzandole i capelli e spingendole piano la testa verso il basso..."
Quando ero più giovane, intorno ai 27 anni, lavoravo come stagista nell’azienda di cosmetici dove Laura era responsabile marketing. Lei aveva 45 anni, sposata da diciotto anni e madre di una figlia adolescente.
Laura era una di quelle donne che non passavano inosservate. Sempre elegante, curata, sicura di sé, aveva un viso un po’ mascolino e dai lineamenti spigolosi, mandibola ben definita, zigomi pronunciati, sopracciglia dritte e marcate, capelli corvini
Indossava spesso camicette o abiti con scollature importanti che mettevano in risalto le sue tette, due tette perfette, alte e sode, che sembravano sfidare la gravità e ovviamente finte. Erano chiaramente rifatte, ma fatte benissimo: piene, rotonde, con una scollatura che attirava inevitabilmente lo sguardo. Io le notavo ogni volta che entrava in ufficio e non solo io.
Fin quasi dal primo giorno iniziai a farle complimenti, specialmente su come vestiva, ne ammiravo l’eleganza e la classe. Lei all’inizio mi snobbava. Mi rispondeva con un sorriso educato ma distaccato, come se fossi solo uno stagista giovane e un po’ sfacciato che cercava di farsi notare. Al massimo diceva grazie un po’ seccamente e cambiava subito discorso.
Per settimane continuai così. Complimenti sinceri e un po’ insistenti e sguardi che indugiavano sulla sua scollatura. Lei sembrava non accorgersene, ma io non demordevo, cercando qualche segno che qualcosa stava cambiando nel suo atteggiamento verso di me. Una mattina, mentre le tenevo aperta la porta della sala riunioni facendole un ennesimo complimento, mi disse per la prima volta qualcosa di personale: «Sei proprio un adulatore, eh?». Lo disse con un tono divertito, quasi civettuolo.
Da quel momento l’atteggiamento cambiò. Ogni tanto mi cercava durante le pause caffè, mi chiedeva della mia vita, rideva alle mie battute. Io continuavo a complimentarmi e osavo di più: «Quelle tette sono uno spettacolo, Laura. Non so come fare a concentrarmi con un décolleté del genere nelle vicinanze ». Lei mi sorrideva con complicità. Anzi, una volta mi rispose sottovoce: «Attento a quello che dici, stagista… potrei prenderti in parola».
Fu così che tutto iniziò. Dai complimenti passammo ai messaggi privati su whatsapp e a doppi sensi sempre più espliciti. Laura non cercava amore ma l’emozione di sentirsi di nuovo desiderata da un ragazzo più giovane. E io mi sentivo perfetto per quel ruolo. E finalmente dopo il lungo corteggiamento si è arrivati all’uscita insieme.
Quella sera aveva detto al marito che si trattava di una “cena di lavoro” con alcuni fornitori. In realtà avevamo prenotato un ristorantino romantico sui colli bolognesi, con vista sulla città illuminata. Avevamo bevuto parecchio vino, riso e flirtato apertamente eravamo pronti.
Invece di tornare a casa, Laura mi fece guidare il suo grosso SUV nero lungo una stradina di campagna finché non trovammo un piccolo vitolo isolato, circondato da campi e con il cielo estivo pieno di stelle.
Parcheggiai, spensi il motore e ci guardammo con un sorriso malizioso.
“Oggi sono stata in piedi tutto il giorno, avrei bisogno di un massaggio” disse porgendomi i piedi con sufficienza.
Le sfilai lentamente gli eleganti sandali con il tacco, le presi un piede tra le mani e con la lingua piatta iniziai dal tallone: una leccata lunga, lenta, che risalì lungo l’arco del piede fino alle dita, assaporando ogni centimetro della sua pelle.
Le baciai il dorso e poi succhiai ogni dito con calma, passando la lingua tra di essi, assaporando il sapore caldo e leggermente salato della sua pelle. Laura sospirò di piacere.
«Mmm… mi piace quando mi lecchi i piedi» mormorò. «Sei bravo.»
Risalii lentamente lungo le gambe, baciandole le caviglie, le ginocchia, le cosce. Le abbassai le spalline del tubino nero e le tirai fuori le tette. I capezzoli erano turgidi, scuri, eretti sulla superficie liscia delle sue tette rifatte. Le presi tra le mani, sentendo quanto fossero ferme e pesanti, artificialmente perfette. Le mie mani le strinsero delicatamente, premendo le due tette una contro l’altra per creare una valle ancora più profonda dove affondare la lingua.
Le presi in bocca una dopo l’altra, succhiandole i capezzoli e mordicchiandoli mentre lei inarcava la schiena. «Le tue tette finalmente! Sono uno spettacolo. Le voglio succhiare finché non mi supplichi di scoparti.»
Lei mi spinse la testa contro il suo seno.
«Succhiale bene. Sì, così! Sono il regalo di mio marito per i quarant’anni»
Continuai a venerare quelle due tette sode con la bocca, alternando leccate sensuali a suzioni profonde. Sentivo che si stava lasciando davvero andare.
Le infilai le dita bagnate in bocca. Lei le succhiò con gusto, guardandomi negli occhi.
Le dita sfiorarono prima l’interno delle cosce, poi arrivarono alla fica già bagnata e calda. Scostai lo slip e infilai due dita dentro di lei con un movimento fluido e deciso: l’indice e il medio che scivolavano tra le labbra umide, entrando fino alla seconda falange. Era fradicia, letteralmente zuppa. Le dita scivolavano dentro e fuori con un rumore osceno.
«cazzo, sei fradicia» sussurai.
“Colpa tua, mi fai bagnare”
“Ti piace farti leccare dal tuo stagista?»
Laura ansimò, muovendo il bacino contro la mia mano.
«Sì, mi piace da morire. Continua! scopami con le dita.»
Accelerai il ritmo: le due dita che entravano e uscivano più veloci, curvate verso l’alto per premere insistentemente contro quel punto ruvido e sensibile all’interno. Il pollice, invece, si concentrava sul clitoride. Lo strofinavo con movimenti circolari precisi, prima lenti e poi sempre più rapidi, premendo con la giusta intensità mentre sentivo il piccolo bocciolo gonfiarsi e pulsare sotto il mio tocco.
Lei iniziò a tremare. I fianchi si sollevavano dal sedile per venire incontro alle mie dita, il respiro si faceva corto e spezzato. I gemiti diventarono quasi disperati. Sentivo le pareti della sua fica contrarsi ritmicamente intorno alle mie dita, sempre più strette, sempre più calde e scivolose.
Quando il suo corpo si irrigidì un gemito più profondo le uscì dalla gola, e la schiena si inarcò contro il sedile. La fica si strinse intorno alle mie dita, pulsando mentre veniva.
Continuai a muovere le dita e il pollice più lentamente, accompagnandola attraverso l’orgasmo per prolungarlo il più possibile mentre le baciavo dolcemente i capezzoli ancora sensibili.
La guardai: era bellissima, sudata, con le guance arrossate e le labbra socchiuse, il respiro ancora irregolare.
Un sorriso soddisfatto mi salì alle labbra, l’avevo fatta godere.
Vederla perdere completamente il controllo per causa mia mi fece eccitare in un modo quasi doloroso. Il mio cazzo, già duro pulsava dentro i pantaloni, premendo contro la stoffa come se volesse liberarsi.
A quel punto le dissi deciso:
«Adesso tocca a e. Voglio un pompino. Voglio la tua bocca»
Lei, nonostante fosse ancora tramortita dall’orgasmo, scosse subito la testa con decisione.
«No. Stasera non se ne parla. Ho bevuto troppo.»
Insistetti, accarezzandole i capelli e spingendole piano la testa verso il basso.
«Dai, solo un po’. Ti prego, ho il cazzo durissimo per te. Lo voglio sentire nella tua bocca.»
Laura si oppose ancora, allontanando la testa.
«Ho detto di no. Non insistere, ti prego. Non ho voglia»
Continuai a insistere, baciandole il collo e parlandole all’orecchio con voce bassa e persuasiva.
«Lo so che lo vuoi anche tu, guardami, sono durissimo per te. Ti prego, fammi sentire quella bocca calda. Solo la lingua, se vuoi, poi vediamo.»
Lei sbuffò, un po’ irritata.
«Sei proprio insistente. Ti ho detto che non mi va.»
Non mollai. Le tenni delicatamente la nuca e continuai a spingere con dolcezza ma fermezza.
«Solo un pochino, dai, fammi contento. Se poi non ti va mi fermo. Lo vuoi anche tu, lo so.»
Alla fine Laura cedette con un sospiro rassegnato e un’occhiata infastidita.
«Va bene, ma fai piano, cazzo.»
Un’ondata di trionfo e di desiderio mi attraversò. Mi sistemai meglio sul sedile del guidatore, abbassando rapidamente i pantaloni e liberando il cazzo duro che scattò verso l’alto,
Si chinò su di me e prese solo la cappella in bocca, succhiando con movimenti lenti. Io però ero troppo eccitato. Le tenni la testa e spinsi i fianchi verso l’alto, ficcandoglielo più a fondo.
«Brava… prendilo più in fondo» le dissi. «Succhiamelo bene.»
Dopo pochi secondi lei si ritrasse di scatto, tossendo forte. Aveva gli occhi lucidi e il corpo scosso da un conato violento. La saliva le colava dal mento.
«Cazzo, basta! Ci sono andata vicinissima. Stavo per vomitare!»
Provò a tirarsi su del tutto, ma io la tenni ferma per un attimo.
«Ancora un po’, dai!»
«No!» rispose lei secca, spingendo via la mia mano. «Ho detto basta.»
Non insistetti più con la bocca. Le presi la mano e me la portai sul cazzo bagnato.
«Allora finiscimi con la mano. Ma quando sto per venire voglio che lo prendi di nuovo in bocca.»
Laura mi guardò incazzata, ma obbedì. Iniziò a segarmi velocemente, stringendo forte.
«Sei proprio un porco» mormorò mentre mi masturbava.
Accelerai il respiro, sentendo l’orgasmo arrivare.
«Sto per venire, prendilo in bocca, dai!»
Lei esitò, incerta sul da farsi, poi si chinò e prese la cappella in bocca. Venni con un grugnito profondo: parte dello sperma le finì direttamente sulla lingua, ma il resto schizzò fuori come da una fontana, colandole sul mento, sul collo, sul seno e sul suo tubino nero. Il vestitino elegante si macchiò vistosamente di sperma bianco.
Lei si tirò indietro tossendo.
«Ma che cazzo!» esclamò furiosa. «Mi hai inondato tutto il vestito! Guarda qua, è pieno della tua sborra! E rischio che mio marito lo veda e mi chieda che cosa è successo. Sei un deficiente!»
Proprio in quel momento il cellulare squillò. Era il marito. Laura imprecò e rispose, cercando di sembrare normale.
«Pronto?»
«Ciao, dove sei? È quasi mezzanotte. Avevi detto che saresti tornata prima delle undici.»
Laura rispose irritata, ancora con il respiro corto:
«Sono per strada. La cena è finita tardi.»
Il marito insistette, sospettoso:
«Hai una voce strana… hai bevuto? Sembri agitata. Dove sei esattamente? Vuoi che venga a prenderti?»
Laura alzò la voce, nervosa:
«No, non venire a prendermi! Ho bevuto un paio di bicchieri, va bene? Posso guidare, non ti preoccupare. Non farmi l’interrogatorio. Sono una donna adulta, cazzo! Sto tornando a casa.»
Il marito non mollava:
«Non ti sto facendo l’interrogatorio, ma mi sembri strana. È successo qualcosa?»
Laura sbottò:
«Hai finito? Smettila di fare il geloso. È stata solo una cena di lavoro. Arrivo tra poco. Ora riattacco.»
Chiuse la chiamata con rabbia e buttò il telefono sul cruscotto.
«Sei contento adesso?» sibilò verso di me, furiosa. «Mio marito è sospettoso e tu mi hai appena schizzato il vestito, che cazzo di casino!»
Si ricompose e poi cercò inutilmente di tamponare le macchie sul tubino.
Mi riportò al parcheggio del ristorante dove avevo l’auto e se ne andò senza quasi salutarmi.
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